Reintegro degli ex-combattenti delle F.A.R.C.

Le speranze dell´Accordo di pace in Colombia passano da lì

Istituzioni statali quasi assenti, impatto delle economie illegali e sforzi instancabili dei gruppi armati per assorbire gli ex combattenti nelle loro fila.

A distanza di poco più di due anni dall´addio alle armi per convertirsi in partito politico, le F.A.R.C. (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) vivono un momento estremamente critico, e con loro anche le speranze di pace in Colombia.

Nel quadro degli Accordi di Pace di l´Havana tra il governo colombiano e le FARC, l’effettivo reinserimento degli ex membri delle FARC è infatti uno snodo fondamentale dal quale passa il consolidamento della pace.

Lascia i fucili e torna alla vita civile. Questa era la promessa sancita negli Accordi di Pace per i circa 7.000 guerriglieri delle FARC che circa un anno fa consegnarono le armi al presidente Santos (simbolicamente) e all´ONU (materialmente), trasferendosi successivamente dalla foresta alle 26 aree rurali designate. E da questa premessa erano nate diverse aspettative: finire la scuola, entrare nel sistema sanitario, visitare le famiglie e, cosa più importante, iniziare a lavorare. Il lavoro tuttavia non è arrivato, o almeno non come promesso.

Recentemente molti degli ex membri delle FARC hanno manifestato forti preoccupazioni sulla loro sicurezza fisica e tutela giuridica come fattori motivanti per abbandonare le aree predisposte per il reintegro (ETCR Espacios Territoriales de Capacitación y Reincorporación).

Indipendentemente dalle motivazioni dell´abbandono, questo trend in forte aumento ha sottolineato la fragilità di un elemento chiave del processo di pace (il reintegro appunto) a causa della persistenza della violenza nelle zone di conflitto dei nuovi gruppi criminali.

E abbandonare comporta quasi certamente una reincidenza e riassorbimento nelle nuove strutture paramilitari, perché l´unica cosa che queste persone sanno fare (e che hanno fatto per tutta la vita) è combattere!

A questi vanno aggiunti anche i guerriglieri che non hanno partecipato alla smobilitazione (2800 secondo Insight Crime) e che hanno rilanciato la vecchia missione o che si sono dedicati al narcotraffico, fonte pressoché inesauribile da cui attingere in Colombia. Il motivo? Molto semplice: davanti a un misero 18,3% di implementazione degli accordi di pace (e riforma rurale integrale arenata al 6%), l´ombra del tradimento delle istituzioni torna a incombere più che mai.

Se poi a questo aggiungiamo pure la recente vittoria alle elezioni presidenziali di Ivan Duque, il candidato di destra, il colpo di grazia è servito. Contrario agli accordi di pace e promotore di una loro revisione, il nuovo presidente ha inaugurato un clima politico e istituzionale ostile, al punto tale che ora le FARC si vedono costrette a rivolgersi agli organismi internazionali per far rispettare i termini dell´Accordo di pace!

In tutto questo contesto, la situazione reale nelle zone precedentemente controllate dalle FARC è tutt´altro che statica. Gruppi paramilitari e criminali vecchi e nuovi si sono inseriti o hanno aumentato la loro attività per stabilire un controllo militare e sociale col fine di appropriarsi dei proventi delle attività economiche legali e illegali lasciate vacanti.

Questi gruppi costituiscono una seria minaccia per il processo di pace e il fatto che alcune strutture non abbiano partecipato alla smobilitazione (come l´ELN) fa sì che questo abbia impedito l´eradicazione del fenomeno paramilitare e delle sue strutture militari, economiche e politiche, storicamente invasive nel tessuto colombiano.

La smobilitazione delle FARC è stata decantata come un successo totale. E ora possiamo capire meglio come questo sia solo vero in parte.

Qual è il senso infatti di celebrare lo smantellamento delle FARC se un anno dopo troviamo moltiplicati o rafforzati in loro assenza altri attori che ne hanno preso il posto? (vedere alla voce Clan del Golfo)

E´ stato soltanto eliminato il nome FARC ma lasciato sopravvivere (o addirittura proliferare) il modello del paramilitarismo?

Tornando al reintegro, il processo di reinserimento degli ex combattenti nell´economia è un aspetto fondamentale chiaramente in ritardo rispetto ad altre dimensioni del reintegro. Difatti, l’obiettivo di offrire opportunità di generare reddito ai circa 14.000 ex combattenti è lungi dall’essere raggiunto, in quanto solo 17 progetti sono stati approvati (sui 12.000 previsti) e soltanto 1 è stato effettivamente finanziato e messo in marcia. Troppo poco, pochissimo.

Come dimostrato in diversi casi, molte delle iniziative possono effettivamente diventare attività redditizie. Ciò dipende in primis dalla disponibilità della terra, ma anche dall´accesso ai consigli tecnici e di marketing e dal sostegno del governo e delle entità locali a questo processo.

È molto importante, quindi, che le attività di reintegrazione siano riprese su una scala più ampia, partendo dal vero e più profondo problema storico-sociale della Colombia: la terra, la madre di tutti i conflitti.

Andando infatti alla radice della maggior parte dei problemi storici e sociali della Colombia, il minimo comune denominatore è sempre la terra, la sua iniqua distribuzione e le infinite lotte a tutti i livelli per il controllo e l´appropriazione di essa.

Ma mentre la reintegrazione socio-economica degli ex combattenti rimane una sfida complessa che va tremendamente a rilento, nel frattempo continuano gli assassinii di leader sociali e difensori dei diritti umani, altra piaga mostruosa della Colombia. Penso sia fin troppo banale menzionare il motivo: sempre lei, la terra!

Secondo la Defensoria del Pueblo colombiana, tra gennaio 2016 e agosto 2018, 343 leader sociali e difensori dei diritti umani sono stati uccisi! Il numero più alto del mondo che, inserito in un contesto di post-conflitto, è un’enorme minaccia per la pace in Colombia.

 


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