Referendum trivellazioni. Tutti i motivi per votare SI

In questi giorni che precedono il referendum sulle TRIVELLAZIONI circola sui social un post che illustra le motivazioni del “NO”. In molti ci hanno chiesto di rispondere punto per punto. Eccovi accontentati, le risposte M5S sono segnate con la lettera “b”.

1a. Il referendum non deciderà nulla sulle nuove “trivelle” (si chiamano in realtà correttamente nuove perforazioni) ma riguarda la durata delle concessioni già in essere, quindi aree del mare entro le dodici miglia dalla costa dove ci sono già piattaforme di estrazione di gas metano in alcuni casi da più di 30 anni.

1b. Per quanto riguarda le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare (è questa la dizione corretta, non “nuove perforazioni”), esiste un divieto previsto dall’art. 6, c. 17, del D. Lgs. 152/2006, così come modificato dalla Legge di Stabilità 2016, laddove si stabilisce che tali attività sono vietate “nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette”. Quindi, per fortuna, una disposizione normativa che incide sulle possibili, nuove concessioni è già in vigore.
La stessa norma, purtroppo, fa salve le concessioni già esistenti per tutta la durata di vita utile del giacimento: ciò vuole dire che, se sotto la vigenza delle normativa precedente le concessioni avrebbero potuto avere una durata massima di 30 anni, rinnovabile per una sola volta per altri 10, adesso la durata è praticamente illimitata.
Ed è proprio sulla durata illimitata delle concessioni che ci battiamo, per far sì che i nostri mari, seppur entro le dodici miglia marine, vengano prima o poi liberati da centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas spesso posizionati su faglie sismiche.

2a. Il referendum, qualora si raggiungesse il quorum, andrebbe a determinare la cessazione immediata delle attività di estrazione alla scadenza delle concessioni, tipicamente di durata trentennale, anche qualora sotto ci sia rimasto ancora un ingente quantitativo di gas metano.

2b. L’obiettivo è proprio questo! CHI DA ANNI VIVE A RIDOSSO DI RAFFINERIE, POZZI PETROLIFERI, POZZI DI STOCCAGGIO DI GAS E PETROLIO, I PESCATORI, GLI OPERATORI DEL SETTORE TURISTICO, SI CHIEDONO COME PORRE FINE ALL’AVVELENAMENTO DI ACQUA, ARIA, SUOLO E CIBO E COME SVINCOLARSI DA UN MODELLO ENERGETICO BASATO SULLE FONTI FOSSILI.

3a. In pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica.

3b. Parlare di strutture “già fatte” è una inesattezza: basti pensare all’impianto di estrazione “Vega A” a largo di Ragusa, la cui concessione è stata rinnovata con D.M. del 13 novembre 2015 e che stabilisce la costruzione di una nuova piattaforma, Vega B, che sorgerà ENTRO LE DODICI MIGLIA MARINE DAL SITO DI INTERESSE COMUNITARIO “SIC ITA080010” DENOMINATO “FONDALI DELLA FOCE DEL FIUME IRMINIO”. Il progetto prevede lo sviluppo del “Campo olio Vega B” a completamento del programma lavori della Concessione di Coltivazione C.C6.EO, mediante L’INSTALLAZIONE DI UNA NUOVA PIATTAFORMA “VEGA B”, UBICATA A 6 KM DA “VEGA A” IN DIREZIONE NORD-OVEST, LA PERFORAZIONE DI 4 POZZI, LA POSA DI 2 CONDOTTE, NONCHÉ DUE CAVI ELETTRICI SOTTOMARINI CONGIUNGENTI VEGA B E VEGA A E GLI ADEGUAMENTI DEGLI IMPIANTI DELLA PIATTAFORMA VEGA A.
Altrettanto inesatta è l’affermazione secondo cui “saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro”: MAGARI FOSSE COSÌ! Il quesito referendario riguarda esclusivamente la durata delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia marine: tutte le altre continueranno ad operare come hanno sempre fatto.

4a. Il referendum non fermerà le “trivelle” nelle Tremiti, non ci sono e mai ci saranno trivelle nelle Tremiti. Si trattava di un permesso di prospezione e studio, ben oltre le 12 miglia dalle tremiti e comunque non più in vigore vista la rinuncia della compagnia interessata.

4b. Proprio questa è una piccola vittoria in vista del referendum; è una presa di coscienza anche da parte di alcune compagnie petrolifere per le quali, fino a poche settimane fa, sarebbe stato impensabile l’abbandono del campo. LA SPINTA REFERENDARIA HA DETERMINATO LA CREAZIONE DI UN QUADRO NORMATIVO DOMINATO DA FORTE INCERTEZZA.
IL GOVERNO HA EMANATO UN DECRETO DI AZZERAMENTO PER IL PERMESSO IN ADRIATICO “OMBRINA MARE DUE” DELLA ROCKHOPPER, una delle più discusse e controverse concessioni a mare che, nonostante ripetute mobilitazioni di massa, ricorsi, leggi regionali, sembrava in fase di avvio operativo.
Stessa sorte per il permesso chiesto dalla compagnia Petroceltic di fronte alle isole Tremiti; per un permesso della Appennine Energy nello Jonio, dove inoltre, in questi giorni, la Shell abbandona i giacimenti nel golfo di Taranto, inviando al Ministero dello Sviluppo Economico la lettera con cui rinuncia al permesso di cercare il petrolio nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria.

5a. Il referendum non fermerà la “petrolizzazione” dell’Italia come qualcuno vuole far credere, riguarda infatti le aree marine entro le 12 miglia dalla costa dove geologicamente si sono accumulati solo giacimenti di gas metano, quello che, ricordate, ci da una mano, perché tra i combustibili fossili quello meno inquinante e recentemente riconosciuto dall’unione europea il BRIDGE ovvero quello che ci porterà avanti nella transizione verso le rinnovabili per i prossimi 30 anni. Quindi non sarebbe uno STOP al petrolio, che in Italia viene estratto quasi esclusivamente a terra, in Basilicata, ma uno stop al gas, ovvero a quella fonte energetica pulita la cui introduzione ha portato storicamente alla riduzione dell’uso del carbone.

5b. Il voto del 17 Aprile è anche un voto spiccatamente politico proprio perché, al netto del quesito, COSTITUISCE UN IMPORTANE STRUMENTO PER CONSENTIRE AGLI ITALIANI DI POTER PARTECIPARE DEMOCRATICAMENTE ALLA SCELTA SULLA STRATEGIA ENERGETICA NAZIONALE, la quale, fino ad ora, è stata calata dall’alto, con grave pregiudizio per il territorio, per il paesaggio, per la salute, per l’ambiente, in barba a quanto disposto dalla nostra Costituzione.
I comitati e i movimenti si battano da anni contro le piattaforme in mare, contro le centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas poste pericolosamente su faglie sismiche, contro centrali e pozzi di stoccaggio, contro le raffinerie, contro i depositi di stoccaggio a rischio di incidente rilevante e di inquinamento della falda.
Questo referendum, come giustamente affermato dal Coordinamento Nazionale No Triv “rappresenta la porta stretta attraverso cui solo uno potrà passare: o vinceranno la furbizia ed il gioco sporco che il governo Renzi sta conducendo con estrema arroganza e sicumera in nome della TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), delle lobbies inceneritorie, finanziarie, delle multinazionali, o vinceranno le ragioni di chi chiede diritti, dignità, rispetto dei territori e della salute, affermazione del valore d’uso attraverso esercizio diffuso, decentrato e diretto, dal basso, di più democrazia.
Se non sarà lo stop al petrolio, sarà di certo un modo per dar voce ai cittadini, i quali avranno la possibilità, seppur in minima parte, di partecipare alle scelte di politica energetica, pur nella consapevolezza delle difficoltà e degli ostacoli da cui è permeato il percorso che ci attende.

6a. Le trivelle (impianti di perforazione) non uccidono il turismo. La maggiore concentrazione di piattaforme in Italia si ha davanti alla riviera romagnola che storicamente è anche la zona con maggiori presenze turistiche; estrazione di gas e sviluppo della costiera romagnola sono andati avanti di pari passo dagli anni 60 ad oggi. Viceversa regioni senza” trivelle” e che si preoccupano tanto delle “trivelle” hanno spiagge fatiscenti, depuratori non funzionanti e discariche abusive nel bel mezzo dei parchi naturali. Farebbero bene a preoccuparsi di quello.

6b. Noi, che di queste regioni con le spiagge fatiscenti e le discariche abusive siamo i rappresentati, cerchiamo, per quanto possibile, di risolvere le innumerevoli problematiche che affliggono la nostra terra. Che ce ne siano diverse non vuol dire che ne dobbiamo aggiungere di ulteriori. I danni che dalle piattaforme petrolifere possono derivare sono chiaramente connessi al rischio di incidenti che potrebbero causare il rilascio di ingenti quantità di petrolio in mare, come più volte successo negli ultimi 10 anni, nel corso dei quali si sono succeduti diversi disastri ambientali le cui conseguenze per l’ambiente sono state devastanti.
Basti pensare al recente incidente che ha interessato la California e che ha causato lo sversamento in mare di diverse tonnellate di petrolio. E senza andare troppo lontano, ricordiamo l’affondamento della petroliera Haven e lo sversamento di decine di migliaia di tonnellate di idrocarburi nel mare ligure.
DATI FORNITI DALL’UNEP MAP (UNITED NATIONS ENVIRONMENT PROGRAMME, L’ENTE DELLE NAZIONI UNITE DESIGNATO PER AFFRONTARE LE QUESTIONI AMBIENTALI A LIVELLO GLOBALE E REGIONALE) STIMANO IN 100-150.000 TONNELLATE LA QUANTITÀ DI IDROCARBURI CHE FINISCONO ANNUALMENTE NEL MAR MEDITERRANEO. Quantità impressionanti che sono purtroppo confermate dalla densità di catrame pelagico riscontrata nel Mediterraneo, con una media di 38 milligrammi per metro cubo, la più alta del mondo. Basta confrontarla con i 3,8 del Sistema giapponese, i 2,2 della Corrente del Golfo o lo 0,8 del Golfo del Messico per rendersi conto del rischio che il Mediterraneo vive.

7a. L’estrazione di gas dal mare Adriatico non provoca terremoti, c’è un rapporto ufficiale ISPRA (Istituto Superiore Protezione Ambiente) che lo certifica. Chiunque afferma diversamente afferma il falso e non conosce la geologia del mare adriatico. Infatti nel nostro mare i sedimenti, sabbie ed argille, in seguito all’estrazione del gas, si deformano plasticamente, e la deformazione plastica è l’esatto opposto dei meccanismi di rottura dei terremoti.

7b. IL RAPPORTO ISPRA CUI SI RIFERISCE SI FONDA, ANCHE SUI DATI EMERSI DAI LAVORI DELLA COMMISSIONE “ICHESE” (commissione tecnico-scientifica incaricata di valutare le possibili relazioni tra attività di esplorazione per idrocarburi ed aumento dell’attività sismica nell’area colpita dal terremoto dell’emilia-romagna del mese di maggio 2012). Dalla lettura del documento emerge che numerosi rapporti scientificamente autorevoli descrivono casi ben studiati nei quali L’ESTRAZIONE E/O L’INIEZIONE DI FLUIDI IN CAMPI PETROLIFERI O GEOTERMICI È STATA ASSOCIATA AL VERIFICARSI DI TERREMOTI, A VOLTE ANCHE DI MAGNITUDO MAGGIORE DI 5.
Le principali conclusioni che si possono trarre dai casi riportati nello studio “ICHESE” sono:
– Estrazioni e/o iniezioni legate allo sfruttamento di campi petroliferi possono produrre, in alcuni casi, una sismicità indotta o innescata;
– La maggior parte dei casi documentati in cui una attività sismica è stata associata a operazioni di sfruttamento di idrocarburi è relativa a processi estrattivi da serbatoi molto grandi o a iniezione di acqua in situazioni in cui la pressione del fluido non è bilanciata;
– La sismicità indotta e, ancor più, quella innescata da operazioni di estrazione ed iniezione sono fenomeni complessi e variabili da caso a caso, e la correlazione con i parametri di processo è ben lontana dall’essere compresa appieno;
– La magnitudo dei terremoti innescati dipende più dalle dimensioni della faglia e dalla resistenza della roccia che dalle caratteristiche della iniezione;
– Ricerche recenti sulla diffusione dello sforzo suggeriscono che la faglia attivata potrebbe trovarsi anche a qualche decina di km di distanza e a qualche km più in profondità del punto di iniezione o estrazione, e che l’attivazione possa avvenire anche diversi anni dopo l’inizio dell’attività antropica;
– La maggiore profondità focale di alcuni terremoti rispetto all’attività di estrazione associata è stata interpretata come una evidenza diretta del fatto che l’estrazione o l’iniezione di grandi volumi di fluidi può indurre deformazioni e sismicità a scala crostale;
– Esistono numerosi casi di sismicità indotta da operazioni di sfruttamento dell’energia geotermica.
Per quel che riguarda, poi, più direttamente la nostra Regione, secondo quanto affermato dal dott. Mimmo Macaluso, uno dei esperti della geologia dei fondali del Canale di Sicilia, “Il tratto del Canale di Sicilia prospicente la costa sud-occidentale dell’isola, è caratterizzato da una grande instabilità per la quale è necessario non procedere ad effettuare trivellazioni per estrazioni di petrolio poiché quest’area marina  oltre al vulcanesimo attivo, risulta essere interessata da fenomeni di pseudo-vulcanesimo sedimentario con frequenti esplosioni sottomarine che scatenano periodicamente terremoti di magnitudo anche superiori al 4 grado della scala Richter”.
Il Canale di Sicilia è sempre stato interessato a fenomeni parossistici, esplosioni di gas, movimenti tellurici, sciami sismici, terremoti, esplosioni. Sono tante le testimonianze in merito.  Afferma Macaluso: “Il nostro mare non può essere trivellato, lo dimostra la storia. L’eco della tragedia delle Macalube non si è ancora placato eppure vogliono trivellare Pantelleria e Sciacca: queste due zone sono a forte rischio vulcanico. Effettuare delle trivellazioni potrebbe risvegliare dei vulcani, creando un vero disastro. Non possono esistere trivellazioni nel Canale di Sicilia perché abbiamo una presenza di vulcanesimo sedimentario che potrebbe creare problemi. A dirlo sono numerosi rapporti scientifici, la Nato e l’Unione Europea”.

8a. Un esito positivo del referendum avrebbe impatto devastante sull’economia di alcune regioni, nella sola Emilia Romagna 6000 persone perderebbero il lavoro in 2 anni.

8b. UN’EVENTUALE VITTORIA DEL “SÌ” NON FAREBBE PERDERE ALCUN POSTO DI LAVORO: NEPPURE UNO. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di 30 anni più altri 10 di proroga.

9a. Tutti vogliamo un mondo più pulito, le rinnovabili sono il futuro, non ancora il presente, occorre un congruo periodo di transizione perché affondare il sistema gas oggi senza avere ancora una valida alternativa non è intelligente né da un punto di vista economico né per la tutela dell’ambiente.

9b. L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale: gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private per lo più straniere la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti, ciò vuol dire che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano.
Queste società sono tenute a versare all’Italia solo il 7% del valore dell’estrazione del petrolio e il 10% del valore dell’estrazione di gas, inoltre non tutta la quantità estratta è soggetta ad imposta: LE SOCIETÀ PETROLIFERE, INFATTI, NON VERSANO NIENTE ALLE CASSE DELLO STATO PER LE PRIME 50.000 TONNELLATE DI PETROLIO E PER I PRIMI 80 MILIONI DI METRI CUBI DI GAS ESTRATTI OGNI ANNO E GODONO DI UN SISTEMA DI AGEVOLAZIONI E INCENTIVI FISCALI TRA I PIÙ FAVOREVOLI AL MONDO.
Nell’ultimo anno la somma di tutti i provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.
Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. CONSIDERANDO TUTTO IL PETROLIO PRESENTE SOTTO IL MARE ITALIANO, QUESTO SAREBBE APPENA SUFFICIENTE A COPRIRE IL FABBISOGNO NAZIONALE DI GREGGIO PER 8 SETTIMANE.
La ricchezza dell’Italia è, in verità, un’altra:
– è il turismo, che contribuisce ogni anno al 10% del PIL, dà lavoro a 3 milioni di persone, per un fatturato di circa 160 miliardi di euro;
– è la  pesca, che si esercita lungo i  7.456 km di costa entro le 12 miglia marine, produce il 2,5% del PIL e dà lavoro a quasi 350.000 persone;
– è il patrimonio culturale, che vale 5,4% del PIL e che dà lavoro a circa 1,5 milioni di persone, con un fatturato annuo di 40 miliardi di euro;
– è il comparto agroalimentare, che vale l’8,7% del PIL, dà lavoro a 3,5 milioni persone e nel 2014 ha esportato prodotti per un fatturato di 34,4 miliardi di euro;
– è la piccola e media impresa, che conta circa 4,2 milioni di aziende, cioè il  99,8% del totale delle industrie italiane, che costituisce il motore del sistema economico nazionale, che fattura 230 miliardi di euro l’anno e contribuisce al totale delle esportazioni del “MADE IN ITALY” per il 53,6%.


Ovviamente già porre il voto referendario in una data diversa dall’election day di poche settimane successive è già una prima risposta alla malafede con cui il Governo Renzi tratta l’argomento. E’ indispensabile che in massa diamo una risposta democratica a questo Paese e dobbiamo farlo noi cittadini, mostrando che non possono più prenderci per il culo. Il governo dei non eletti da alcuno continua a giocare con la nostra vita e salute. Se tutti insieme andiamo alle urne il 17 Aprile gli diamo uno schiaffo fisico e morale, in una vicenda che di morale ha davvero ben poco.
Il voto referendario è uno dei pochi strumenti di democrazia a disposizione dei cittadini italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del nostro Paese.
Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 185 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione.
Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo.
Il tempo delle fonti fossili è scaduto: è ora di aprire ad un modello economico alternativo!

Ringraziamo il nostro portavoce M5S in Assemblea Regionale Siciliana Giampiero Trizzino per i contenuti e gli spunti di questo approfondimento.

 

 


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