Recovery fund: leggere attentamente le avvertenze

Le istruzioni per l’uso

Il recovery fund come strumento per mettere in moto di nuovo l’Italia ottimizzando nel miglior modo possibile le risorse attraverso riforme lungimiranti per il futuro e il presente del nostro paese.

Oggi vorrei portare all’attenzione un problema di non poco conto.
Come ci stiamo preparando a livello nazionale alla valanga di soldi che arriveranno in Italia?
E’ il momento di farsi un esame di coscienza sulle opportunità che l’Italia ha sprecato in passato attraverso governi ballerini volti all’arricchimento di pochi a discapito di tanti. Dobbiamo domandarci perché quei paesi definiti frugali come i Paesi Bassi o i paesi scandinavi sono sempre i primi nelle classifiche per l’innovazione, la ricerca e le energie rinnovabili.
Va bene attaccarli sul piano fiscale, visto l’utilizzo di escamotage create anche grazie al consenso dell’Europa e alla disattenzione dei nostri politici, ma bisogna essere capaci di fare autocritica e ammettere che certi vantaggi competitivi derivano anche da riforme volte a guardare al futuro, quindi non al riscontro economico immediato, che hanno permesso a questi paesi di primeggiare e di godere di una posizione economica dominante grazie ad investimenti lungimiranti.

In Italia ci stiamo preparando e, adesso che grazie al Primo Ministro Conte abbiamo ottenuto 209 miliardi di euro tra prestiti (rimborsabili in 30 anni a tassi vicini allo 0, è inutile qualsiasi polemica salviniana, è tutto scritto e documentabile) e sovvenzioni, dobbiamo cogliere la palla al balzo e rilanciare la nostra economia attraverso l’innovazione, la digitalizzazione e la Ricerca (corollario che comprende anche Scuola e Università).
Molti storceranno il naso leggendo queste tre parole che vogliono dire tutto e niente e che molti mestieranti del settore riportano sui media giorno e notte. Mi metto nei panni del lavoratore onesto che si sveglia alle 5 per andare a lavorare che sia operaio, agricoltore o pescatore. Vedo giustamente l’imprenditore di una piccola media impresa che mi risponde “e si Ignazio, ma io ho bisogno di una risposta adesso no tra 2 anni, la realtà sul campo è un’altra, è quella di sbarcare il lunario a fine giornata”.
È lì che vedo il problema e intravedo una soluzione. Non possiamo aspettare, il tempo morde e bisogna agire in simultanea con un piano che sia anche sociale quindi di assistenza volta però ad uno sviluppo futuro. Non possiamo pensare d’incassare un assegno in bianco dall’Europa utilizzando i soldi per tenere a galla un sistema che non funziona. Abbiamo bisogno d’investire quei soldi per aiutare l’economia del paese, quindi le famiglie, costruendo e consolidando quelle basi per un’economia forte che pensi non solo al presente ma anche al futuro.

Quelle tre parole, Innovazione, Digitalizzazione e Ricerca che molti ignorano da anni, sono la chiave per una vera ripresa che pensi al futuro dell’Italia.
Il rilancio di Taranto’ o del Sulcis, che potrebbe passare anche attraverso il Just Transition Fund (un fondo messo a disposizione dall’Europa che purtroppo è stato ridotto dall’ultima negoziazione sul recovery al consiglio Europeo), è un’ottima opportunità per riqualificare quelle zone affette da un industria pesante, nociva e non al passo dei tempi con l’utlilizzo di energie rinnovabile e una possibile riqualificazione del personale senza necessariamente fare gioco forza su una cassa integrazione che lascerà comunque le famiglie con poche speranze di vedere i propri figli realizzarsi nella loro terra.

La terra, la nostra regione è da dove dobbiamo ripartire. Malgrado gli innumerevoli slogan del capitano leghista, sul taglio delle tasse non specificando dove prenderne i mancati incassi, sul non accettare i soldi dell’Europa dopo averne richiesto più volte l’aiuto, sulla ritrovata attenzione all’immigrato che porta il covid dopo aver sperimentato personalmente cosa vuol dire essere additato come untore in Europa, dobbiamo essere concreti e decisi nel portare avanti riforme ambiziose che non ci hanno permesso di rialzarci in questi anni.
Ci vuole coraggio e pianificazione.

È facile parlare da una piazza, da dietro un PC o in diretta su FB. I fatti ci giudicheranno e la montagna da scalare è enorme, tra sporchi interessi, lobbying, mafie e disinformazione.
Quando parlo d’Innovazione, Digitalizzazione e Ricerca (IDR) non parlo del futuro dei ricchi. Settori come l’agricoltura, la pesca, commercio, la burocrazia sono profondamenti interconnessi e dipendenti dall’innovazione, dalla digitalizzazione e dalla ricerca e sono i principali attori che potrebbero beneficiarne. Basti pensare ai benefici che l’agricoltura potrebbe ricavarne attraverso le intelligenze artificiali, riducendo costi, tempi e aumentando le opportunità di mercato anche per il piccolo agricoltore che finalmente avrebbe la possibilità di competere con la controparte danese o olandese che sia con il vantaggio di avere un prodotto migliore e soprattutto made in Italy.

La realtà sul campo.
Ed è qui che sorge un altro dilemma. I fondi di per sé in Italia arrivano ingenti, anche perché l’italia è uno dei maggiori contribuenti, ma molto spesso sono spesi male, o vanno a finire nelle tasche della mafia o ritornano al mittente, cioè Bruxelles, perché non utilizzati.
Ecco perché esorto tutti, governanti, imprenditori o singoli cittadini a rivedere il modus operandi di certe scelte.
Un esempio, la mia Sicilia che tra il 2007 e il 2020 ha ricevuto 10 miliardi di euro solo per l’innovazione. Soldi mal spesi distribuiti a progetti banali e scarsamente innovativi finiti certe volte a farmacie o avvocati, per fare un esempio.

Abbiamo bisogno di controllo e di personale specializzato nell’individuare progetti (ma anche di scriverli) validi.
Bisogna investire anche sull’Università mettendo al passo dei tempi le facoltà con corsi rispondenti alle logiche e alle richieste di oggi.Senza dimenticare l’importanza di riforme a livello infrastrutturale, vero motore per attrarre futuri investimenti e spostare il baricentro da nord a sud, riportando i cittadini a riabilitare non solo i grandi centri ma anche quelli rurali ormai dimenticati.Solo così facendo potremmo costruire i nostri talenti a casa nostra e magari importando quelli degli altri paesi.
IDR (Innovazione, Digitalizzazione e Ricerca): un acronimo che potrebbe essere la chiave della ripresa italiana presente e futura che varrà più di un qualsiasi taglio di tasse.
La migliore risposta sono le soluzioni, non gli slogan.


6 risposte a “Recovery fund: leggere attentamente le avvertenze”

  1. Iafisco Maria R. ha detto:

    Condivido il suo discorso. Quello che non mi convince è il rapporto squilibrato tra i paesi dell’Europa. I paesi frugali hanno accettato portando a casa un risparmio non verseranno le quote…che saranno versate dagli altri paesi. Le riforme che ci chiedono devono essere dettate da loro…sempre le stesse che impoveriscono famiglie e cittadini. La lotta che bisognava fare era sulla tassazione unica che ci penalizza. Lotta all’evasione fiscale su chi sempre sui cittadini che pagano le tasse. Gli evasori portano i soldi altrove. La moneta elettronica favorisce le banche….

  2. Marzia Parrini ha detto:

    Caro Ignazio, sono perfettamente concorde, un nuovo spirito ed una una mentalità deve far strada in ognuno di noi, sopratturto in coloro che sono alla guida del Paese ed hanno la responsabilità di utilizzare al meglio le risorse acquisite grazie ad un buon lavoro fatto. Non dobbiamo lasciarci sfuggire anche questa occasione, sarebbe davvero un gran peccato anche perché non potrebbe essere replicata.

  3. Valter Gatti ha detto:

    RECOVERY FUND: I 7 MOTIVI PER CUI E’ UNA FREGATURA PER L’ITALIA.

    Conte sarebbe il salvatore della patria e il governo esulta.

    La realtà è un’altra: il Recovery Fund è una Troika travestita da agnello perchè l’UE con una mano dà e con l’altra toglie, con gli interessi.

    Con 7 domande e risposte vediamo perché, fonti ufficiali alla mano.

    1) DA DOVE PRENDE I SOLDI L’UE?

    La quota maggiore la prenderà da ogni singolo Stato che dovrà versare nelle casse Europee fino al 2 per cento del Pil. Un’altra parte la prenderà dal mercato attraverso un indebitamento, che alla fine dovranno ripagare i singoli Stati (quindi i cittadini). L’Italia è un contributore netto, ha sempre versato più di quanto abbia preso. Dal 2012 al 2018 ha lasciato in Europa 36,3 miliardi, soldi che sarebbero potuti servire per la nostra sanità, la scuola, le nostre imprese e invece li abbiamo regalati agli altri Paesi Europei.

    2) QUANTO ARRIVA ALL’ITALIA ?

    Ci fanno credere che arriverà zio Paperone con un sacco di miliardi. La realtà, invece, è che avremo soltanto 26 miliardi circa, poco più di un punto del Pil, una cifra assolutamente modesta. Vediamo perché. In tutto avremo 208,8 miliardi di cui soltanto 81,4 miliardi sono a fondo perduto, gli altri 127,4 miliardi sono prestiti.
    Agli 81,4 miliardi bisogna togliere però 55 miliardi, la cifra che l’Italia dovrà versare nei prossimi anni obbligatoriamente al bilancio europeo. A conti fatti riceverebbe, dunque, 26 miliardi.
    Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Repubblica Ceca da anni, ricevono molto di più di quanto danno. In un solo anno, per avere un’idea, nel 2018 hanno ricevuto quasi la stessa cifra che noi avremo nell’arco di diversi anni, e cioè 25 miliardi e 370 milioni di euro. Tutti a fondo perduto, quelli che noi diamo in eccedenza vengono cioè regalati ai Paesi dell’Est, i nostri principali concorrenti. Dunque, 26 miliardi che riceveremo nell’arco di molti anni, 5 Paesi dell’Est li hanno ricevuti in un solo anno.

    3) IN CHE MODO LI RICEVIAMO ?

    Dovremo sudare e penare per averli. Il meccanismo è molto complesso perché tutto sarebbe gestito dalla Commissione Europea attraverso il bilancio europeo e una buona parte sarebbero elargiti attraverso i consueti programmi europei. L’Italia, da sempre, ha scarsa capacità di accesso ai fondi europei, è carente di strutture pubbliche capillari capaci di aiutare a districarsi nei complicati documenti di accesso.
    Un’altra parte li prenderanno gli Stati direttamente previa presentazione di un dettagliato programma di investimenti e di riforme.

    4) POSSIAMO SPENDERLI COME VOGLIAMO ?

    No. Il creditore (l’Unione Europea) che presta i soldi (gli stessi che noi abbiamo versato nelle casse europee), impone anche come e quando spenderli. Al punto A19 delle conclusioni del Vertice si precisa che “Gli investimenti devono essere coerenti con le priorità europee (ambiente e digitale) e con le raccomandazioni che la Commissione invia ai Paesi”. Per l’Italia due vincoli stringenti: migliorare il sistema giudiziario e la pubblica amministrazione. E poi rapida diffusione delle reti 5G, intelligenza artificiale, cybersicurezza, economia basata sui dati. In una sola parola applicare il controllo digitale dei cittadini.
    Non sono contemplate le nostre piccole e medie imprese, la nostra ossatura economica fatta da piccole realtà. L’Europa ci impone, a fronte di soli 26 miliardi, di continuare a smantellare la nostra identità economica, già distrutta da anni di austerità e di continuare con le riforme, le stesse che hanno portato tagli alla spesa pubblica, smantellamento del welfare, distruzione dell’economia.

    5) CHI CONTROLLA L’EROGAZIONE ?

    Dopo aver presentato il programma di riforme e di investimenti per il 2021-2023 in tempi strettissimi, entro metà ottobre, la Commissione dovrà approvarlo e controllerà ogni singola fase di attuazione. Chiederà poi conferma ad un comitato formato dai vertici del Tesoro dei 27 governi che, se insoddisfatti delle misure o dei programmi, possono bloccare i versamenti del Recovery Fund con il semplice voto contrario di 13 Paesi su 27. Ci sarà quindi un controllo diretto degli altri governi sull’esecuzione di ogni passaggio. Un sistema così articolato offre alla Germania un potere enorme, viste le dimensioni e il peso politico del Paese. Per Berlino organizzare una minoranza di blocco sarebbe molto semplice.

    6 ) QUANDO SI POSSONO OTTENERE I FONDI?

    Nella migliore delle ipotesi, una prima rata non prima del 2021 quando cioè le nostre PMI, i nostri artigiani, i nostri piccoli agricoltori, i nostri commercianti saranno già collassati.

    7) CHI CI GUADAGNA REALMENTE?

    I Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia hanno ottenuto non soltanto concessioni in tema di governance ma anche un aumento dei rebates, cioè dei veri e propri sconti di cui usufruire per versare meno soldi al bilancio europeo. (Art. 152). In dettaglio, ogni anno e per 7 anni questo sarà il loro enorme risparmio:
    Danimarca: 377 milioni
    Germania: 3.671 milioni
    Olanda: 1.921 milioni
    Austria: 565 milioni
    Svezia: 1069 milioni
    Moltiplicati per 7 anni di bilancio sono una quantità enorme di miliardi di euro che i Paesi frugali risparmieranno. Hanno accettato l’accordo in cambio di dare meno soldi all’UE.

    Loro diventeranno sempre più ricchi e noi sempre più poveri poichè queste riduzioni di contribuzioni saranno finanziate da tutti gli Stati membri secondo il loro Pil. Paghiamo noi per loro. (Art. 153)

    Ricapitolando, dei 208,8 miliardi, appena 26 miliardi saranno a fondo perduto mentre 127 miliardi sono prestiti. I nostri figli e le generazioni future si troveranno una montagna di debiti da ripagare fino al 2058, nella migliore delle ipotesi. E, infine, questi prestiti non possono essere investiti come si vuole poiché il creditore (L’UE) ci obbliga a spenderli entro rigidi parametri e a condizione di mettere l’acceleratore su quelle stesse riforme che si sono dimostrate fallimentari. Controllerà poi passo passo come li spenderemo e potrà sospendere in qualunque momento l’erogazione del prestito.

    Recovery Fund: l’Italia mette i soldi nelle casse europee, gli stessi che poi ti prestano, ma solo se fai le riforme: tagli alla spesa, aumenti delle tasse…

    Una domanda sorge spontanea. Perché non tenerci i nostri soldi decidendo di spenderli come vogliamo, invece di fare questo giro sulle montagne russe sicuri poi di cadere e schiantarci ?

  4. Marcello ha detto:

    Il concetto del lavoro non sarà più quello di prima. Nuove identità digitali per un cambiamento in cui la scommessa da vincere sarà la costruzione di un nuovo paradigna della”partecipazione”.

  5. Sergio ha detto:

    Siamo partiti bene ! 3,5 miliardi per banchi a rotelle, andiamo avanti così e perderemo anche questa occasione ed allora sarà veramente la fine!

  6. Elena Antonelli ha detto:

    Io sono preoccupata per i piccoli artigiani, imprenditori, commercianti. Ora serve aiuto non nel 2021. Parlo da ex partita Iva ed ora lavoratrice stagionale in Germania, lontana dalla famiglia, età 56 anni, contributi versati 31 anni. Non usufruisco di nessun aiuto neanche il bonus di 600€ mi è ancora arrivato e penso non arriverà più.
    Mi chiedo dove si troveranno i soldi per aiutare noi comuni mortali. 30 anni per restituire 209 miliardi di euro sono un cappio o un vero aiuto. Una risposta semplice è necessaria non solo a me ma a chi ha preso tante bastonate nella vita serve, purtroppo le risposte non sono mai abbastanza chiare
    Cordiali saluti

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