Oltre il veto e verso il Recovery Fund. A che punto è l’Italia?

Mentre l’Europa entra in fibrillazione per la minaccia finale di veto di Ungheria e Polonia al recovery fund, causa stato di diritto, l’Italia sta giocando una partita personale per presentare in tempi rapidi il piano nazionale di spesa per i futuri 209 miliardi di euro che sono stati promessi da Bruxelles.

Con Ungheria e Polonia alla ribalta europea con la minaccia del veto, l’unione Europa mostra tutta la sua fragilità. 

Le soluzioni non mancano e da più parti a Bruxelles pensano che Orban e il suo omologo polacco stiano giocando una partita che rischia di bruciarli. 

Qui un elenco delle opzioni in gioco

Proposte irrealistiche. Un cambiamento di sostanza non è possibile, perché un accordo è già stato raggiunto con il Parlamento europeo

  • Una prima ipotesi è una dichiarazione della Commissione per rassicurare Ungheria e Polonia che non ci saranno trattamenti discriminatori sullo stato di diritto.
  • Aggiungere un paragrafo al regolamento sul meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto per fornire alcune garanzie a Budapest e Varsavia

Proposte plausibili

  • un fondo intergovernativo a 25, senza Ungheria e Polonia.
  • una cooperazione rafforzata.
  • introdurre il meccanismo di condizionalità comunque e tagliare i fondi del bilancio comunitario a Ungheria e Polonia, anche senza un nuovo quadro finanziario pluriennale. Infatti secondo una fonte anche se il nuovo quadro finanziario pluriennale non sarà approvato, Ungheria e Polonia devono ancora ricevereun’enorme quantità di denaro” del precedente periodo di bilancio. Questi soldi possono essere tagliati, se sarà approvato subito (a maggioranza qualificata) il meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto. 

La terza opzione è quella che potrebbe far capitolare i piccoli imperatori che dall’Europa hanno solo guadagnato attraverso i fondi europei. E dire che con lo stato di diritto attuale in Ungheria gente come Salvini e Meloni non potrebbero fare opposizione. 

Ma i problemi sono altri.

Dalla capitale belga arriva un chiaro segnale d’insofferenza sulla mancata ricezione di un piano programmatico che indichi come l’Italia vorrà utilizzare il bazuca miliardario che arriverà grazie al Next generation Plan. La scadenza indicata sarebbe l’inizio di gennaio ma la Commissione aveva già fatto capire officiosamente il desiderio di avere qualcosa di concreto già da novembre, come alcuni paesi come la Spagna hanno già fatto.

Nel gabinetto del commissario Gentiloni circola un paper dove viene sollecitato il governo italiano a presentare il prima possibile un piano credibile.

Con il passare delle settimane si profila un problema di fondo: il modo in cui il governo sta stendendo il suo piano sembra incompatibile con il tipo di programmazione richiesto da Bruxelles.

Perché vi chiederete? 

Il problema è nel metodo. Come riportato bene sul corriere della sera da Fubini. Mentre la preparazione del Recovery plan a Roma si fa praticamente in segreto, ammesse pochissime persone alle riunioni e altri specialisti vengono coinvolti su aspetti parziali, la Commissione ha pubblicato sul suo sito un modello completamente diverso di come vanno scritte le proposte, fornendo esempi in teoria fittizi ma chiari: il testo per ogni «componente» del piano.

Ogni singola proposta va corredata di riforme che la rendano credibile, interventi su fattori diversi che la rendano effettiva, condizioni di contorno nelle amministrazioni, nelle categorie e nelle parti sociali. 

Il modello di piano per il 5G e la fibra (27 pagine) per esempio prevede misure che migliorino i percorsi lenti e costosi per i permessi e le controversie: significa coinvolgere enti locali, tribunali, professionisti. Un mattone per l’Italia di oggi. 

C’è poi in quell’esempio un cenno al fatto che Bruxelles terrà d’occhio gli aiuti di Stato: probabile che si chieda di trasferire al consumatore finale ogni vantaggio che grandi imprese pubbliche o private potrebbero trarre ricevendo fondi europei per eseguire i progetti.

Sempre la Commissione fornisce dei validi e precisi esempi su come andrebbero scritti i progetti del Recovery plan. 

Solo per citarne alcuni, che mi vedono pienamente favorevole, quello sull’efficienza energetica indica la creazione di uno sportello unico provinciale per permessi, consulenza finanziaria o tecnica, esecuzione.

Quello della modernizzazione dell’amministrazione prevede interventi sui meccanismi anticorruzione, «l’uso eccessivo delle corsie veloci», la partecipazione delle start-up agli appalti, la formazione digitale dei funzionari.

Pur avendo il tempo resta il fatto che non un solo specifico progetto è stato mostrato a Bruxelles per un confronto in merito. Un campanello d’allarme comincia a suonare non tanto per l’allungamento dei tempi a causa di Ungheria e Polonia ma per i ritardi di un piano tutto italiano di cui non si conoscono i dettagli. 


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