Iraq: rapimenti e maltrattamenti di donne

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, da quando lo Stato islamico ha lanciato la propria campagna di “sistematica pulizia etnica” del nord dell’Iraq, centinaia se non migliaia di donne e bambini della minoranza yazida sono stati rapiti. Le milizie dello Stato islamico continuano a spadroneggiare su parte del territorio infliggendo alla popolazione terribili torture. C’è solo un modo per evitarle: convertirsi, ma a volte, soprattutto per quanto riguarda le donne, nemmeno questo basta.

Le “schiave del sesso” vengono regalate al migliore emiro o abusate ad uso e consumo delle truppe estremiste e moltissime di loro, per sfuggire alle atrocità, decidono di uccidersi. Secondo le autorità irachene, sono state almeno quattromila le donne prese in ostaggio dai terroristi del califfato nel 2015. Cosa subiscono? Diventano spose da usare a proprio piacimento, oppure schiave.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) una donna irachena su cinque dichiara di aver subito violenza e se si teme che la media reale sia molto più alta.

Il ministro iracheno per gli Affari Femminili, Ibtihal al-Zaidi, una donna, spiega come nella situazione attuale del paese ci sia poca speranza che le leggi che concedono agli uomini il diritto di “disciplinare” le vite delle proprie mogli vengano cambiate.

La sorte della maggior parte delle donne rapite e tenute in prigionia dallo Stato islamico rimane sconosciuta. Gli orrori a fatica riescono a varcare i confini dei territori controllati dai miliziani islamici. Gli atti di violenza sessuale rappresentano gravissime violazioni dei diritti umani e possono essere considerati sia crimini di guerra che crimini contro l’umanità. In Iraq negli ultimi anni sono sorti numerosi gruppi ed organismi non governativi per i diritti delle donne, tra l’altro le attiviste per i diritti umani si trovano spesso a fronteggiare minacce e attacchi provenienti dalle stesse famiglie delle donne che difendono. Far conoscere questa realtà, far conoscere il lavoro di queste organizzazioni, è fondamentale per rompere il muro del silenzio.

Le violenze condotte sulle donne, così come accade con le violenze sui bambini, sono una vera e propria arma di guerra in Iraq, feriscono attraverso una guerra psicologica, hanno l’obiettivo di distruggere le persone, di renderle deboli e di spaventarle. Un rapporto del Ceasefire Centre for Civilian Rights, stilato dall’ong Minority Rights Group International, afferma che circa 10 mila donne in Iraq sono state rapite, vendute come schiave o rese vittime del traffico sessuale dal 2003 a oggi. Secondo il rapporto, le violenze avrebbero raggiunto il loro picco tra il 2006 e il 2007, quando omicidi, stupri e rapimenti avvenivano quasi su base giornaliera. Dopo una temporanea riduzione, una nuova ondata di episodi criminosi a danno della popolazione femminile sembrerebbe coincidere con l’ascesa dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) nel 2014 e il conseguente crollo delle forze di sicurezza irachene.

Inoltre, secondo l’Unicef, centinaia di bambini yazidi sono stati ritrovati uccisi o gettati nelle fosse comuni in Iraq, in molti casi ancora vivi.

Non possiamo rimanere a guardare! L’Europa deve cercare e trovare il modo per intervenire il prima possibile.

http://www.europarl.europa.eu/sides/getVod.do?mode=unit&language=IT&vodDateId=20141127-11:51:27-123

 

Giovedì 27 novembre 2014 – Strasburgo


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