Il modo di fare impresa e l’industria europea deve cambiare

Lo scontro tra fazioni mette in evidenza le divisioni della comunità imprenditoriale circa l’urgenza di agire contro il cambiamento climatico.
Nonostante una crisi incessante e duratura causata da anni di assenza di visone imprenditoriale e una crisi sanitaria che ha messo in luce ancor di più l’assenza programmatica di piani industriali lungimiranti per tutta l’Europa, il capo della Confindustria francese (MEDEF) e attuale presidente di Business Europe Pierre Gattaz, la più grande associazione europea di imprenditori, ha attaccato la definizione degli obiettivi climatici dell’Ue per il 2030.
Una presa di posizione messa nero su bianco con un documento che mette in discussione l’affermazione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen secondo cui politiche climatiche più stringenti definiranno la nuova “strategia di crescita” dell’Unione.
Business Europe, che rappresenta 20 milioni di aziende attacca l’analisi costi-benefici che accompagna il piano della Commissione per il 2030, che secondo il presidente francese “è condotto con dati pre-Covid-19 e non tiene conto degli impatti economici (della pandemia).
In verità Due anni fa, una nota interna trapelata da BusinessEurope ha rivelato i piani dell’associazione di “opporsi” a qualsiasi aumento delle ambizioni climatiche dell’Ue per il 2030, “usando il solito argomento” che l’Europa non può agire da sola.
Un cambiamento climatico ed economico che deve passare soprattutto dal mondo industriale, che già in passato ha dimostrato di non sapere cogliere sfide che avrebbero avuto un maggior impatto economico con la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso investimenti mirati che mettessero in discussione modelli produttivi costosi, inquinanti e non sostenibili nel tempo.
Abbiamo l’occasione, non sprechiamola. In Italia come ben riportato dalla Gabanelli abbiamo un potenziale d’investimenti privati in strutture strategiche di 18miliardi di euro all’anno che aggiunti al recovery fund ed un piano di rilancio industriale italiano potrebbero portare alle creazioni di milioni di posti di lavoro riconvertendo non solo un’industria obsoleta ma cambiando il mondo di fare impresa.
Dall’inchiesta presentata su Dataroom risulta che l’Italia è il paese più attrattivo per far investimenti per una particolare e per certi casi non lodevole peculiarità come il divario fra i progetti in cantiere e quelli da realizzare, più ampio rispetto al resto d’Europa.
Un’analisi che se da una parte sottolinea gli innumerevoli fallimenti dei vari governi che si sono succeduti affiancati da una strategia industriale inesistente, dall’altra mostra un enorme potenziale economico che chiede riforme per colmare il gap e soddisfare i reali bisogni del paese.
Dando uno sguardo in Europa, vediamo come gli investitori sono molto piu’ interessati all’Italia per gli ampi spazi d’investimento che hanno per migliorare il livello delle infrastrutture.
Basti pensare che in Germania il gap fra le opere già pianificate e finanziate, e quelle che realmente servono, è di soli 36,4 milioni di euro l’anno. Alla Francia mancano 500 milioni (10 miliardi in venti anni), la Spagna se la cava con meno di 3 miliardi l’anno, alla Gran Bretagna ne servono 7,4, alla Polonia 4,5.

Tutto bello, ma tutto faticosamente difficile per la mancanza di riforme.

Clima: scontro tra le imprese europee sugli obiettivi per il 2030 – EURACTIV Italia. 


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