Il Fenomeno

Ciò che emerge dal VII rapporto GRETA[1] è il fatto che forme di lavoro illecito e sommerso in agricoltura riguardano una percentuale media del 25% dei lavoratori europei, con maggiori concentrazioni nei paesi del Mediterraneo e dell’Est Europa.

Si rileva una situazione particolarmente complessa in Romania e Portogallo, dove il 40% e il 60% dei lavoratori del settore agricolo sono irregolari.

I paesi più virtuosi Germania e Austria, dove la percentuale non supera il 10%.

La maggior parte delle persone che vengono sfruttate ai fini lavorativi e sessuali proviene da Romania, Bulgaria, Lituania e Slovacchia. Tra i paesi extra-europei, invece, quelli più rappresentati sono Nigeria, Cina e Brasile. La maggioranza sono uomini, e sono coinvolti nel settore dell’agricoltura, dell’industria e della pesca.

Si stima che, in totale, siano 1.243.400 le persone che si trovano in questa situazione

In Belgio, Cipro, Georgia, Portogallo, Serbia e Regno Unito lo sfruttamento lavorativo risulta addirittura più frequente rispetto ai casi di tratta a scopo sessuale.

Per quanto le percentuali registrate nei diversi Stati siano considerevolmente differenti, un generale aumento del fenomeno si è verificato in tutti i paesi.

 

L’obiettivo

Riconoscimento della “non responsabilità della vittima” in Europa

Permangono nei vari paesi europei definizioni più o meno ampie di cosa sia lo sfruttamento e del modo in cui si lega alla tratta. In Germania, per esempio, nel Codice Penale si fa riferimento a tutte le condizioni che sono in chiara discrepanza con quelle dei lavoratori che sono coinvolti nelle stesse attività professionali; nella legge belga, invece, si include in concetto di “dignità umana”, come elemento che non può mai mancare nella regolazione dei rapporti professionali.

Gli esperti del Consiglio d’Europa chiedono a tutti i paesi europei di partire da un elemento comune: “il riconoscimento della non responsabilità della vittima”.

Il consenso o meno al trattamento lavorativo di sfruttamento o alla tratta non dev’essere rilevante, poiché “le vittime possono accettare lo sfruttamento perché non hanno alternative per mantenersi o perché non lo percepiscono come sfruttamento”.

 

In Italia (vedi la scheda completa nella sezione Paese X Paese)

 In Italia, la Legge n. 199 del 29/11/2016 ” Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo” ha modificato l’art. 603-bis del Codice Civile (Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto “caporalato”) rendendolo punibile con la reclusione da 1 a 6 anni, o fino a 8 anni se un lavoratore è vittima di violenza o minacce) e una sanzione da 500 a 1000 euro in relazione a ciascun lavoratore interessato.

È stata introdotta anche la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e la confisca obbligatoria di denaro, beni e profitti. I lavoratori vittime di reati potranno ottenere un risarcimento danni dal fondo statale contro la tratta di esseri umani previsto dalla stessa Legge.

In Italia l’individuazione delle vittime della tratta di esseri umani ai fini dello sfruttamento del lavoro è stata particolarmente complicata a causa delle dimensioni significative dell’economia sommersa in alcuni settori e dell’elevato numero di migranti irregolari che vi lavorano, in particolare nel settore dell’agricoltura, dell’edilizia e del tessile.

 

Caporalato del Mare 

Il meccanismo individuato attraverso l’indagine dell’USB di Catania prevede la presenza di più figure differenti:

– i caporali

– i proprietari delle barche (che, spesso fermi per mancanza di attività, si mettono a disposizione del capo)

– i pescatori sfruttati.

Le barche dei caporali escono verso le 18 e rientrano alle 6 di mattina. L’equipaggio, composto da 4 persone normalmente, guadagna circa 120 euro, in media tra i 25 e i 30 euro a persona, ma solo se c’è il pescato e se il caporale ritiene che valga la pena.

Se, durante la notte, la barca viene controllata dalla Guardia Costiera o dalle autorità di controllo, la multa e il sequestro dell’imbarcazione e del pescato pesa tutto sul proprietario, e nessuno dei pescatori viene pagato.

Secondo le interviste raccolte, il fenomeno è capillarmente diffuso nelle regioni meridionali “Possiamo dire che su 10 pescatori che ancora escono per conto proprio, almeno 6/7 sono soggetti al caporalato”.

 

Nei Paesi poveri o in via di sviluppo

Ci sono 150 milioni di bambini nel mondo ad essere loro malgrado coinvolti nel lavoro minorile, il 71% di questi impegnati principalmente nel settore agricolo, con l’Africa che ospita quasi i due terzi di tutti i bambini sfruttati.

Il lavoro minorile nel settore agricolo è tra le peggiori forme di lavoro infantile, con ripercussioni gravissime sulla salute, sulla sicurezza e sulla morale dei bambini.

l cacao è uno dei prodotti agricoli più diffusi in cui sussiste un’alta prevalenza di lavoro minorile. Si stima che 2,1 milioni di bambini sono coinvolti nel lavoro minorile nelle catene di approvvigionamento di cacao dei principali paesi produttori, ovvero Costa d’Avorio e Ghana, che insieme rappresentano il 60% della produzione mondiale totale.

Mentre il consumo di cioccolato aumenta nell’Unione europea e nel mondo, come quello del caffè, il settore del cacao è dominato da bassi redditi per i produttori, condizioni di lavoro povere e non sicure, e un lavoro minorile a basso costo.

Poi ci sono le banane, in tutta la regione amazzonica, dove i lavoratori, i bananeros, sono schiavi delle multinazionali e del sistema diabolico di controllo del mercato che hanno creato. Il salario è 4/5 dollari al giorno e le norme igienico sanitaria non sono rispettate per il solo fatto che nella maggioranza dei casi non esistono.

 

[1] Nel settimo rapporto generale il gruppo GRETA ha inteso valutare, in particolare, l’effettiva applicazione da parte degli Stati delle norme della Convenzione sulla lotta contro la tratta di esseri umani relative allo sfruttamento lavorativo. Per quanto il fatto che tutti gli Stati, con la solo eccezione della Russia, abbiano ad oggi ratificato la Convenzione costituisca un elemento fondamentale per assicurare una generalizzata tutela alle vittime di tratta, il rapporto sottolinea come l’effettiva applicazione della disciplina in essa contenuta rimanga una questione critica, soprattutto con riferimento allo sfruttamento lavorativo.