I social, nuova piazza per falsità e insulti. Come annientare le fake news

Per parlarvi di un tema molto attuale (e di nuove regole per questa pagina), prendo spunto dal Giornale di Brescia, che ha annunciato di aver sospeso la sua pagina facebook in quanto “troppi insulti, troppi profili fake, che se non generano notizie altrettanto false, si dilettano in manipolazioni neppure tanto dissimulate”.
Ecco, mi chiedo se, nell’insofferenza generale e crescente, siamo vicini all’inizio di una fuga dai social.
I social network hanno il pregio di connettere le persone, dar loro visibilità nonché accentuare i talenti e moltiplicare la diffusione dell’informazione. Io stesso una quindicina di anni fa credevo fossero destinati a rivoluzionare l’informazione eliminando il filtro di autenticità imposto dai vari ministeri della verità previsti dagli establishment e dalle istituzioni del Mondo. Credevo che in poco tempo si sarebbe generata una esponenziale propensione alla lettura e comprensione dei documenti, dei fatti e delle verità, che non avrebbe più dato spazio a cialtroni che dicono tutto e il contrario di tutto, prendendo in giro i cittadini, dai media tradizionali. Purtroppo mi sbagliavo e finora si può parlare solo di rivoluzione mancata o di strumento straordinario utilizzato in modo sbagliato.
Se il sogno era quello di avere milioni di cittadini in grado di informarsi e quindi essere liberi, di capire, giudicare e scegliere, il risultato è stato che, attraverso sottili tecniche di manipolazione, i social media permettono, ancor più di quanto succedesse con i media tradizionali (che hanno comunque delle regole e dei limiti, almeno ove vige lo Stato di diritto) ai male intenzionati e ai portatori di interessi di imbrogliare, diffondere fake news, attaccare chi dice la verità e infamare attraverso profili e pagine false che difficilmente possono essere perseguite legalmente. Il tutto per portare avanti interessi economici o politici di parte e fare vincere una propria idea o posizione, spesso falsa o inventata, che sia politica o di mercato.
La diffamazione è un’attività molto subdola. È il risultato finale della macchina del fango che si serve del DUBBIO per gettare ombre su persone o società che in un certo momento intralciano gli interessi o le ambizioni di qualcuno. La diffamazione si traveste spesso da informazione, usa frasi e immagini che catturano l’attenzione del lettore c.d. frettoloso, fa riferimento a mezze verità o piccoli appigli che vengono enfatizzati fino a renderli credibili al punto che chi non è abituato a verificare le cose, o non ha capacità intellettive tali da farsi venire dei dubbi, ci caschi e continui a sostenerle e diffonderle. Alimentando così le catene di disinformazioni che oggi invadono i social.
Si dice “Bad news is Good news”, vieni condannato e infamato con una notizia falsa che nessuno verifica e quando si appura che era falsa nessuno se ne accorge. Ovviamente in quel caso l’unica opzione che ti rimane per compensare la reputazione compromessa è quella di agire per vie legali, tentando di recuperare un po’ di denari dagli sciocchi boccaloni che alimentano fake news o diffamazioni, ma comunque il danno di immagine rimane. Ciò perché nonostante, dopo alcune sentenze della Corte di cassazione e della CGUE, siano stati fatti passi avanti in tema di rimozione dell’illecito a seguito di provvedimento giudiziale, risulta ancora difficile eliminare totalmente dalla rete la notizia diffamatoria.
Oggi i social sono pieni di politici (oltre il noto caso della bestia di Salvini il pessimo fenomeno riguarda quasi tutti i partiti, compresi esponenti del mio, purtroppo) che utilizzano i social, con l’ausilio di professionisti (consiglio di vedere “the hater”) per confondere e disinformare, per creare sette di fanatici senza cervello che credono e condividono qualsiasi cazzata che gli viene detta, che non verificano mai niente, rinunciando a qualsiasi interrogativo circa la verità della notizia. Basta un video dove il proprio leader dichiara la sua verità attaccando la stampa, oggi di destra, domani di sinistra e scimmiottando velocemente qualche carta o dato, magari non accorgendosi di qualche macroscopica incoerenza, e il gioco è fatto. Verità annebbiata e caos servito, ci si sta un attimo a far passare il carnefice per vittima e viceversa.
Assistiamo ad una comunicazione politica basata solo sull’ego personale, di chi s’innamora di se stesso compiacendosi della sua popolarità. Ci si autoelogia di cose totalmente inesistenti o proposte e fatte da altri, e si invadono le bacheche di milioni di Italiani con informazioni che hanno il 2% di verità, 48% enfatizzazione, 50% falsa o inesistente. La chiamerei “annunciocrazia” e in Italia Berlusconi ne è stato un maestro, sui social oggi lo imitano in tanti. Lo stile mi riporta indietro ai tempi di Vance Packard, che nel campo pubblicitario definiva bene la capacità di persuasione la cui efficacia era percepita tanto più invasiva quanto più era considerata inesistente la capacità critica del consumatore, destinatario passivo dei messaggi e sostanzialmente incapace di rielaborarne i contenuti. Ed è questa la comunicazione politica social del 2020; messaggi falsi per fanatici incapaci di riflettere che fomentano altri fanatici NON a cercare la verità nelle fonti e nei documenti, ma nel video che qualche personaggio pubblico serve sul piatto della disinformazione a chi se ne alimenta.
Ho notato come molte persone – di solito le più valide – per evitare di cadere nella trappola del fango e perdere poi tempo in denunce e discussioni inutili di bassissimo livello, si fanno da parte e non commentano più, lasciando drammaticamente il posto ai superficiali, ai tifosi di questo o quel personaggio che immerge le proprie mani nell’analfabetismo funzionale. Così uno strumento potenzialmente meraviglioso, dove poter scambiare idee e informazioni, si trasforma in una discarica di veleni, bestialità e fanatismo degno delle sette religiose.
Ho iniziato a usare blog e social per diffondere informazione nei primi anni del blog di Beppe Grillo, dei primi meetup, facevamo un lavoro minuzioso di ricerca, di verifica, di diffusione di quelle che chiamavamo “controinformazione”, in senso contrario a quella veicolata dal mainstream.
Ed era entusiasmante, ve lo assicuro. Ho toccato con mano come sia cambiata la platea, l’utenza in questi anni. Quando sono stato eletto nel 2014 e facevo dei post sui temi, la gran parte dei commenti era centrata su quel tema e da lì trovavo altre informazioni e spunti per lavorare e approfondire tematiche. Oggi spesso quando pubblico delle riflessioni o informazioni leggo commenti osceni e totalmente decontestualizzati, sia in positivo che in negativo.
Prima di arrivare alla drastica decisione del giornale di Brescia mi sono promesso di applicare alcune nuove regole sui miei social. Ad esempio bloccare e segnalare tutti i profili falsi (ossia senza una chiara identità) che interagiscono sui social che uso (facebook, instagram, twitter), di bloccare previo preavviso tutti gli analfabeti funzionali che sono orgogliosi di non avere un cervello e commentano in modo compulsivo ribadendo con forza le loro opinioni manipolate. Ovviamente il tutto garantendo il sacrosanto diritto di criticare e non essere d’accordo, però in modo argomentato, non offendendo attaccando come scimmie urlatrici. Ad esempio quelli che di fronte ad una verità documentale che pubblico mi dicono che sbaglio perché hanno sentito il Giacomino di turno dire in un video o in un post che non era così, e quindi mi attaccano asserendo che se lo dice Giacomino è così. A questi diversamente intelligenti gli chiedo una sola volta di verificare i documenti e non cosa dice Giacomino. Se lo fanno e si ravvedono possono restare, altrimenti li blocco esattamente per lo stesso principio per cui non ci perderei più di 30 secondi con loro nella vita reale. Vuol dire che sei felice di essere preso in giro e anche se uno te lo fa notare tu continui a volerlo fare, quindi non posso perdere tempo con te e non posso farne perdere a chi invece ha voglia di parlare di qualcosa di sensato. Qualcuno potrebbe pensare che è una cosa ingiusta e che si dovrebbe lasciare tutti liberi di vomitare quel che vogliono sui social in nome della libertà di espressione.
Invece io dico che ho già provato e non funziona, perchè vincono i beceri e fanno scappare chi ha qualcosa di intelligente da dire. Siccome io sono uno che solitamente risponde a commenti e messaggi e sono uno a cui piace discutere con chi ha qualcosa da dire, voglio salvaguardare un luogo di discussione quanto più possibile pulito e applicherò questa policy sulla pagina. E pazienza se perderò un po’ dei “big numbers” (followers) per cui tutti van matti, ma a volte la qualità della discussione è meglio della quantità. Pertanto se qualcuno che conoscete vi dice di essere stato bloccato da me, sappiate che sarà uno di quelli che è venuto a condividere fake news o a fare commenti da fanatica zucca vuota sulla mia pagina. Se ritiene che invece mi sia sbagliato, ditegli di scrivermi una mail spiegando la questione che lo riammetto senza problemi, scusandomi per il disguido.
Non smetterò di essere ottimista e cercare di usare gli strumenti nel giusto modo, ma se non vogliamo che i social siano teatro solo di distributori di fake news e analfabeti funzionali dovremmo impegnarci tutti a isolarli e non dargli alcuno spazio.
È doveroso farlo perché un migliore utilizzo dei social può contribuire a migliorare la società in cui viviamo dando l’esempio ai giovani che si affacciano al web. Secondo una ricerca svolta nell’ambito del progetto EU KIDS, circa l’82% dei giovani europei di età ricompresa tra i 16 e i 29 anni frequenta in modo attivo un social network e nonostante si richieda nella maggior parte dei casi un’età minima di 13 anni poter ottenere l’iscrizione il 38% di bambini con età inferiore detiene una profilo o una pagina personale (anche se come emerge da “the social dilemma, chi lavora come programmatore di questi social, i propri figli ce li tiene lontanissimi. Cosa che intendo fare anche io con mia figlia).
Annientare le fake news, con un corretto impiego del web, consentirà di recuperare il ruolo originario dei social network finalizzato a promuovere la libertà di esprimere, creare e scambiare idee e la libertà di riunione. Proviamoci, dipende da noi.

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