Competitività imprese italiane. Facciamo chiarezza

Ieri in TV ho avuto un accenno di alterco con Massimo Giletti. Il tema erano le delocalizzazioni e mentre dallo studio di Myrta Merlino insistevano nel colpevolizzare il governo io cercavo di spiegare che anche il miglior governo del Pianeta non potrebbe risolvere il problema della competitività delle nostre imprese se si continua ad andare avanti con questo schema di differenze di costo di produzione abissali. Sia all’interno dell’Unione Europea che soprattutto all’esterno.
È chiaro che l’Italia ha bisogno di riforme, di tagli netti sulla spesa improduttiva, di una giustizia più rapida ed efficace e di conseguenza un netto taglio alle tasse e al costo del lavoro. È ovvio, “elementare” direbbe Sherlock Holmes al Dottor Watson, ma non sufficiente, neanche lontanamente.
Mettiamo che domani il governo riesca a fare tutto quel che in Italia non si è mai riuscito a fare (tipo una vera lotta all’evasione e alla corruzione) e ottiene come conseguenza il margine finanziario per ridurre drasticamente la pressione fiscale e il costo del lavoro (facciamo 50% di oneri in meno su entrambi). Mettiamo che vengano fatte, nel miglior modo possibile, anche le riforme (tipo giustizia e P.A.) rendendo quindi più attrattivo agli investimenti esterno il nostro Paese. A questo punto a livello di lavoro interno saremmo al top, ma avremmo risolto i problemi di competitività delle nostre imprese? La risposta è No.
Il motivo è semplice, l’Italia è uno di quei Paesi che ha la “bilancia commerciale” in attivo. Anzi una delle bilance più in attivo nel Mondo. Significa che esporta di più di quanto importa e che la logica della globalizzazione giova al “sistema Paese” ed è da questo spinto in modo costante su tutta la classe politica in modo trasversale.
Bilancia positiva non significa però equa ripartizione. Per i vantaggi di alcuni settori (specialmente le realtà agroalimentari molto sviluppate, settori di lusso, di alta qualità o alta specializzazione) e di alcune grosse realtà nostrane che riescono ad entrare con successo nei grandi mercati globali, dobbiamo fare i conti con le conseguenze che pagano coloro, soprattutto piccoli, che non sono in grado di reggere l’urto di questa concorrenza o che, nonostante grandi, si ritrovano in settori in cui si può andare a produrre a costi più bassi in modo facile, come vediamo nel caso delle numerose crisi aziendali di cui si parla giornalmente.
L’esempio di scuola che abbiamo spesso usato nelle piazze, quello del trattato UE-Marocco, ad esempio ha dato vantaggi ad alcuni settori produttivi del nostro Paese (più export di macchinari industriali o di prodotti chimici, provenienti soprattutto dal nord Italia) in cambio di un disastro per altri settori (ingresso di prodotti agroalimentari a basso costo in concorrenza insostenibile con la produzione di qualità del sud Italia).
Di esempi di questo tipo ce ne sono in quantità industriale e lo schema è sempre lo stesso. Sposto la produzione in Paesi dove non ci sono controlli e tutele ambientali da rispettare, dove pago la manodopera 20/30 volte meno che da dove provengo e dove le tasse e gli oneri le contratto con qualche governante corrotto. Poi torno a vendere nel ricco mercato di consumatori da cui provengo, potendo abbassare i prezzi fino al punto in cui siano fuori competizione, ma che mi consentono margini di profitto pazzeschi.
Bello, vero?
Questo è il modo con cui le multinazionali europee generalmente “creano ricchezza” nei Paesi in via di sviluppo. Pensateci quando entrate in un negozio o in un supermercato.
Ovviamente nei contratti di libero scambio ci sono vincoli e ci sono clausole, che talvolta vengono attivate e che limitano i danni. Anche se i danni sembrano ormai incontenibili.
Quindi basterebbe “proteggere” un po’ meglio la produzione intraeuropea prima di aprirsi alla globalizzazione totale? Insomma, sarebbe un passo ma non sarebbe sufficiente.
Il punto è che quando si è fatto l’allargamento nel 2004 ad est, aprendo il libero mercato dei Paesi Europeo (che avevano condizioni fiscali e lavorative simili) ai Paesi dell’area ex sovietica, si è di fatto creata una Unione totalmente squilibrata.
Per capirci, in Unione Europea si oscilla dai 42€ all’ora che costa un lavoratore in media in Danimarca ai 4,40€ che costa lo stesso lavoratore in media in Bulgaria.
Nel 2015 la retribuzione netta di una persona senza figli nei settori dell’industria e dei servizi variava tra 4.300€ l’anno in Bulgaria e 38.500€ l’anno in Lussemburgo. Negli stessi due Stati membri dell’UE si registravano anche le retribuzioni nette medie rispettivamente più bassa (4.900€) e più elevata (52.500€) per una coppia sposata monoreddito con due due figli.
La pressione fiscale più elevata sui lavoratori a bassa retribuzione si rileva in Belgio, Ungheria, Germania, Austria, Francia, Italia, Lettonia e Svezia (tutti oltre il 40,0 %), mentre quella più bassa si registrava a Malta, in Irlanda e nel Regno Unito (tutti al di sotto del 30,0 %).
Passando agli oneri fiscali sul lavoro, i cosiddetti “costi non salariali”, l’incidenza più elevata si registra in Francia (33,2 %), Svezia (32,5 %), Belgio (27,5 %), Lituania (27,8 %) e Italia (27,4 %). Mentre l’incidenza più bassa si registra a Malta (6,6 %), Lussemburgo (13,4 %), Irlanda (13,8 %), Danimarca (13,9 %) e Croazia (14,9 %).
Pensate se delle differenze così nette di salari, di costo del lavoro o di tassazione fossero presenti negli USA tra Illinois, California, Arkansas e Colorado.
Adesso secondo voi dove mettono la sede fiscale le grandi imprese che operano in Unione Europea? E dove tendono a spostare la produzione (se proprio devono tenerla in UE e non in qualche Paese in via di sviluppo dove è ancora più conveniente)?
Tra le soluzioni semplici di Alan Friedman, Massimo Giletti e gli altri ospiti, ieri ho provato a spiegare rapidamente queste cose. Che se non si mette mano ai trattati costituivi dell’UE creando simili condizioni fiscali e salariali e di seguito ai impongono gli stessi livelli a chi, dall’esterno, commercia con noi, sarà impossibile rilanciare una reale competività.
Perché le regole della globalizzazione le fanno gli attori della globalizzazione stessa, e questi non sono filantropi, cercano sempre e solo il maggior profitto da nascondere (paradisi fiscali, di cui poi parliamo a parte) e sottrarre alla disponibilità dei popoli, che per loro sono classificati alla voce consumatori.
Fare politica vuol dire anche cercare di guardare alle cose in modo un po’ più ampio e, nonostante sia difficile e ci voglia tempo, cercare di invertirle e risolverle. Non andare avanti con un pilota automatico inserito dai grandi portatori di interesse.
La parola dazio non è un sinonimo di “genocidio”, ma è uno strumento utile a livellare gli standard di produzione negli scambi. Che senso ha innalzare standard di tutela ambientale, produzione sostenibile, diritti sociali e lavorativi nei nostri Paesi se poi consumiamo ciò che viene prodotto in barba a qualsiasi regola?
Io queste cose le ho sempre dette e queste battaglie in parlamento europeo le ho sempre fatte. Perché credo siano giuste.
Pensateci su, informatevi, fatevi una vostra opinione e ditemi cosa ne pensate.

Ieri in TV ho avuto un accenno di alterco con Massimo Giletti. Il tema erano le delocalizzazioni e mentre dallo studio…

Pubblicato da Ignazio Corrao su Venerdì 1 novembre 2019

 


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