BANCHE: CASO DE BENEDETTI-RENZI ARRIVA AL PARLAMENTO EUROPEO

“La telefonata fra Renzi e De Benedetti è un chiaro esempio di come funziona in Italia l’informazione. Abbiamo denunciato al Parlamento europeo la commistione Pd-giornali-banche, un bubbone che soffoca la democrazia e la libertà dei cittadini” così dichiara l’eurodeputato Ignazio Corrao, coordinatore della campagna nazionale del Movimento 5 Stelle.

“In Italia c’è un grave problema di disinformazione. I media fabbricano fake news per screditare le opposizioni o come in questo caso per coprire le banche. Avete per caso sentito i tg italiani a reti unificati raccontare il fatto che Renzi informò l’amico De Benedetti sul decreto banche favorendo così una speculazione in Borsa?” si chiede Ignazio Corrao.

“Ho denunciato l’accaduto in Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni al Parlamento Europeo durante la discussione di un rapporto sull’indipendenza dei media. In Italia c’è una situazione preoccupante. Una recente riforma assegna al Pd il potere di nomina dei vertici della Tv pubblica. Gli altri tre principali canali televisivi privati sono in mano a un solo uomo: Silvio Berlusconi, che guarda caso in questi anni ha governato assieme al partito che controlla i canali pubblici. Questo crea un evidente restringimento del diritto a informare e ad essere informati”, conclude Ignazio Corrao.

 

L’intervento di Corrao in Parlamento Europeo

RENZI – DE BENEDETTI: I MEDIA COPRONO LE BANCHE

Avete per caso sentito i tg italiani a reti unificati raccontare il fatto che Renzi informò l'amico De Benedetti (ex editore di Repubblica) favorendo così una speculazione in borsa? Sicuramente no, ma se volete saperne di più vi consiglio di leggere questo articolo https://goo.gl/9U8ZpY In Italia c'è un grave problema di disinformazione. I grossi media fabbricano #FakeNews per screditare ad esempio le opposizioni o come in questo caso per coprire le banche…Ho denunciato l'accaduto in commissione in Parlamento Europeo.

Pubblicato da Ignazio Corrao su Giovedì 11 gennaio 2018

 


2 risposte a “BANCHE: CASO DE BENEDETTI-RENZI ARRIVA AL PARLAMENTO EUROPEO”

  1. Franco Ranocchi ha detto:

    Da italiano residente ad Amburgo sono orgoglioso del buon lavoro che stai facendo a Bruxelles per il bene del nostro paese,avanti così,sei grande.

  2. Torquato Cardilli ha detto:

    Affari propri e guai nostri

    La campagna elettorale si sta trasformando nel più grande imbroglio mediatico dei tempi moderni, avvelenata da notizie false, da notizie ingigantite a sproposito e da notizie non meno micidiali che vengono tenute nascoste o sminuite a livello bagatellare appena vedono la luce.

    La notizia del giorno, tenuta celata ai più per due anni ed emersa nella commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, è quella che riguarda gli affari del duo di denari a proposito della speculazione in borsa sulle banche popolari.

    Risulta da un’intercettazione telefonica del 16 gennaio 2015, obbligatoria sui movimenti di borsa, che il noto finanziere, cittadino svizzero, De Benedetti, tessera numero uno del PD, abbia rivelato al suo broker di essersi recato il giorno prima in Banca d’Italia e di aver appreso ad alto livello (Panetta) una cosa, che gli è stata appena confermata direttamente dal premier (Renzi) e cioè che il governo stava per emanare un decreto di trasformazione delle banche popolari. Quindi domanda al suo esperto se il provvedimento è suscettibile di effetti sul mercato e quello risponde che senz’altro determinerà un aumento delle quotazioni; da qui l’invito ad operare disfacendosi del pacchetto della popolare di Vicenza per reperire liquidità immediata.

    Detto, fatto. In un batter d’occhio vengono investiti 5 milioni di euro che tre giorni dopo si vedono profumatamente remunerati dal decreto governativo con un balzo delle quotazioni del 12%. Risultato l’operazione di investimento speculativo si conclude subito con una plusvalenza di 600 mila euro.

    L’affare ricorda tanto la vicenda di Martha Stewart, donna di grande successo nel mondo della moda e dell’editoria, che negli anni 2000 fu processata negli Stati Uniti per un guadagno di appena 49.000 dollari (su avvertimento del presidente della compagnia Imclone, suo amico, aveva venduto un modesto pacchetto azionario il giorno prima del crollo del 70% delle azioni) e condannata a 6 mesi di prigione, effettivamente scontati.

    Ma in Italia la giustizia si occupa di spelacchio e va fino in fondo contro i poveracci.

    Sugli inconsueti movimenti di borsa per l’acquisto di azioni delle banche popolari, gli uffici anti abusi della Consob indagano avvalendosi anche della cooperazione della Guardia di finanza ed arrivano alla conclusione che De Benedetti e il suo broker abbiano commesso il reato volgarmente definito di insider trading (ossia fare affari dall’interno, essendo a conoscenza di dati sensibili non divulgati al pubblico) depenalizzato da Berlusconi a illecito amministrativo, punibile con un’ammenda da 20.000 a 3 milioni di euro. Terminato l’iter istruttorio la pratica passa all’organo giudicante della Consob che a maggioranza e con l’astensione del presidente Vegas decide per la non punibilità.

    Anche la Procura di Roma dispone una perizia. Questa accerta che De Benedetti in quel periodo avrebbe movimentato qualche centinaio di milioni e che l’investimento di soli 5 milioni in quell’operazione contestata era la prova della non conoscenza dei dettagli normativi del governo altrimenti avrebbe investito molto di più. Come dire che la modica quantità (come se fosse una droga per uso personale) del guadagno, cioè la modestia della plusvalenza, seppur realizzata in poco più di 24 ore, non giustificava misure punitive. La vicenda è a un passo dall’essere chiusa anche se il GIP deve ancora pronunciarsi. Viceversa, con la solita derapata verso la farsa, sembra che la Procura voglia seguire la pista della violazione del segreto, perché la cosa è stata pubblicata dalla stampa nonostante che quel matusalemme politico di Casini l’avesse secretata in Commissione di inchiesta.

    Dunque in un paese devastato dalla politica maneggiona e dal sistema bancario corrotto si assiste a questo spettacolo: una soffiata, del tipo di quelle borderline, rivela la scarsa propensione alla riservatezza di una classe dirigente, la mancanza di scrupoli di uno speculatore che come uno squalo annusa la preda facile e la violazione dell’etica di Stato di un capo di governo che rendendosi responsabile di una maleodorante commistione tra affari o favori privati e funzione pubblica viene meno al giuramento di adempiere al suo ufficio con disciplina e onore nell’interesse della nazione.

    Politici di maggioranza, commentatori, grandi reti televisive, radio e giornali sono stati in religioso silenzio o hanno derubricato la cosa a pratica comune per uomini di mondo, a una quisquilia che non ricade sotto la legge penale, che non ha danneggiato nessuno o che non ha fatto arricchire.

    Dunque ricapitolando: una larga fetta della classe politica del paese dà per scontato che ci si possa esercitare in pratiche sconvenienti di questo tipo, di rivelare ad amici quello che farà il governo sapendo che quanto si dice non sarà neutro sul piano delle conseguenze.

    E’ un atteggiamento che costituisce uno schiaffo per la moralità pubblica, una miscela di strafottente arroganza e di provinciale ingenuità che offende quelle centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori, di pensionati e lavoratori che avevano affidato alle banche locali i denari messi da parte con fatica uno sull’altro e che si sono visti azzerare il capitale.

    A questo proposito non si può tacere sul vizio di attaccamento morboso alle banche dei politici della finta sinistra. Quando d’Alema era presidente del Consiglio fu coniata l’espressine che Palazzo Chigi era diventata l’unica merchant bank in cui non si parlasse inglese, mentre all’epoca della scalata Unipol Fassino si rallegrava telefonicamente con Consorte esultando con “allora abbiamo una banca!” e l’ex sindaco di Torino Chiamparino diventava presidente della fondazione della Banca San Paolo che è la maggiore azionista della Banca d’Italia. Per arrivare ai giorni nostri in cui la consorteria toscana, rinverdendo i fasti o i guasti di un secolo prima ci ha fatto vedere una ministra tutta intenta a immischiarsi in vicende bancarie con particolare riguardo per la banca del papà e un primo ministro che rivela delle informazioni ad alto livello di segretezza come se fosse una chiacchiera da bar ad un finanziere squalo pesantemente coinvolto nel buco del MPS.

    Renzi, come se nulla fosse, fa la spola da un canale televisivo all’altro per magnificare i suoi mille giorni di governo, per parlare di tutto fuorché del milione di elettori che lo hanno abbandonato: la Raggi è sempre il primo obiettivo da crocifiggere, seguita a ruota dalla Appendino accusata, scandendo le parole, di omicidio, poi del M5S in generale per il reddito di cittadinanza e per l’euro poi en passant si occupa di Berlusconi e di Salvini.

    Silenzio assoluto sulle figure patetiche che lui ha portato al governo: dalla sindacalista tessile Fedeli, finta laureata, che litiga ogni giorno con la grammatica, elevata al rango di ministra dell’educazione, al perito agrario Poletti che si rallegrava dell’espatrio all’estero di tanti giovani italiani in cerca di lavoro, nominato ministro del lavoro, dall’altra liceale Lorenzin fatta ministra della sanità che ha collezionato gaffe madornali come il fertility day, alla ministra delle riforme Boschi sonoramente bocciata dal popolo italiano che ha respinto, e non per pochi voti, la sua pessima riforma costituzionale, dalla ministra della pubblica amministrazione Madia, nota per aver distrutto il corpo forestale dello stato, la cui riforma è stata bocciata dalla corte costituzionale al ministro degli esteri Alfano che quando stava all’interno scaricò sui sottoposti ogni responsabilità per essersi fatto sequestrare in casa la moglie di un dissidente kazako.

    Insomma Renzi non dice mai una parola sulla sua incoerenza, sulle sue bugie, sui suoi errori, fatti scontare al paese ed agli italiani, né i vari giornalisti sgabello osano metterlo alle strette.

    A questo punto più che una condanna per simili fatti e misfatti un richiamo va rivolto alla fetta più grande del paese rappresentata dal partito del non voto che è di circa 16 milioni di elettori perché riflettano bene sulla decisione che prenderanno di qui a 50 giorni.

    Disertando le urne non faranno altro che dare forza a chi ha mal governato il paese fino ad ora, a chi ha pensato solo agli affari propri dimenticandosi dei guai nostri.

    Torquato Cardilli

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